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I Pesi nell’atletica leggera – Paolo Ghedina

Oggi ospite del Podcast c’è Paolo Ghedina. Paolo è un ex atleta della nazionale italiana di atletica leggera nella specialità dei 50 km di marcianei primi anni ’80 era fra primi dieci al mondo. Ciao Paolo!

Ciao Andrea ben trovato.

Grazie di essere con noiTi volevo chiedere riguardo il lavoro di biomeccanicoche è quello di cui ti occupi tu al momento, di cosa si tratta?

Diciamo che insieme ad un mio carissimo amico, compagno di nazionale nella squadra della marcia, io facevo la 50 km e lui faceva la 20 km, abbiamo pensato di costruire un’apparecchiatura che andasse a salvaguardare la nostra schiena, soprattutto la nostra colonna vertebrale nella zona lombo-sacrale, quando saremmo diventati “vecchi”. Il tipo di carico di lavoro che facevamo in allenamento, sicuramente, ci avrebbe lasciato qualche dolore nel tempo. Pensando questa apparecchiatura, interfacciandoci con quelle che erano le informazioni dal punto di vista medico e scientifico dei macchinari che c’erano allora, non avevamo trovato una risposta adeguata. C’erano degli esercizi che potevi fare, allora c’era la famosa panca inversa, c’erano queste teorie in cui le persone come dei pipistrelli si agganciavano per le caviglie e scaricavano la colonna vertebrale in questa maniera, tra l’altro è una cosa pericolosissima come la panca inversa. A quel punto attraverso i miei studi della matematica e della fisica da informatico e grazie alla documentazione che ho potuto ricevere dal MIT di quello che la NASA aveva sviluppato negli anni ’70 quando doveva allenare gli astronauti all’assenza di gravità nell’ambito del progetto per mandarli sulla Luna, abbiamo realizzato, dopo 10 anni di lavorazione, questa strumentazione che lavora sul concetto della microgravità. Io riesco a togliere e a controllare completamente il peso corporeo di una persona. La faccio camminare su un tapis roulant e attraverso una serie di altre variabili vado a correggere le posture scorrette. Nella vita quotidiana noi attraverso le posizioni che teniamo durante il lavoro o lo sport chiediamo al nostro organismo tutta una serie di lavori particolari e se l’organismo non è preparato innesca la soluzione della compensazione. Compensare vuol dire ad esempio spostare l’asse della colonna vertebrale, inclinare una spalla, assumere una serie di posture che nel tempo potrebbero creare una serie di problemi. Attraverso questa apparecchiatura io vado a rimettere in asse la colonna vertebrale, fra le altre cose che posso fare.  

Riguardo l’allenamentopensando alla nazionale italiana di marcia mi immagino un certo tipo di allenamentotu come ti allenavi?

Grazie per la domanda perché io in realtà sono sempre stato una mosca bianca in quanto nel ’73, quando ho cominciato ad allenarmi, la mentalità e la modalità con cui la specialità della marcia veniva trattata era di mettere le scarpette e fare tanti chilometri, più ne facevi a varie andature e più diventavi forte e potevi vincere. Il ragionamento che invece ho fatto io insieme al mio allenatore è stato quello di introdurre una novità. Questa cosa io l’avevo vista, vivendo in una zona di montagna, applicata agli sciatori del fondo sia russi che svedesi quando nel loro allenamento applicavano dei lavori in palestra divisi in circuiti, il cosiddetto Circuit training.  Questo consisteva di diverse stazioni da frequentare durante l’allenamento. Io ero riuscito a mettere le mani su alcuni libri di questi allenatori e col mio allenatore, dopo averli tradotti, abbiamo sviluppato questa nuova modalità dove io, nel mio programma di allenamento, prevedevo 3 giorni a settimana un allenamento a circuito formato da 20 stazioni. Queste stazioni erano suddivise in: braccia, addominali, gambe e dorsali. Si faceva un test massimale iniziale per ogni stazione e dopo il test si calcolava una performance del 70%. A quel punto si avevano il numero di ripetizioni che venivano svolte per esercizio ad ogni stazione, si faceva partire il timer da un’ora e mezza e poi contavamo alla fine quanti giri riuscivo ad inanellare alla fine del tempo. Alla fine di ogni mese si rifaceva il test massimale e si ricominciava daccapo. Questo era un lavoro completamente nuovo e diverso non solo nel mondo della marcia ma anche quello dell’atletica leggera. Questo tipo di allenamento mi ha permesso di acquisire una capacità muscolare, una tonicità muscolare particolarmente efficiente ed efficace che notavo nei lavori che poi venivano svolti in strada o in pista. Erano talmente faticosi che quasi il lavoro in pista lo affrontavo con più facilità. Con il mio allenatore poi, visto e considerato il tipo di risultato e di aiuto che dava la palestra, finito il periodo invernale dopo cui questi lavori dovevano interrompersi, io continuavo a mantenerli almeno una volta alla settimana, frequentando la palestra dove svolgevo questi allenamenti a circuito. 

Te lo sei ritrovato anche nella performance di gara questo tipo di allenamento?

Il primo vantaggio era che riuscivo ad abbassare i tempi negli allenamenti in pista. Avendo più forza muscolare facevo meno fatica e mi permetteva di spingere un po’ di più. Me lo sono ritrovato poi in gara in un momento molto particolare; io impostavo le gare in progressione e il mio chilometro più veloce di tutta la gara era il cinquantesimo, non il primo. Dopo quaranta chilometri che hai sulle spalle far diventare gli ultimi dieci i più veloci di tutta la gara era una sfida. Una sfida soprattutto fisica perché la stanchezza muscolare in quel tratto di gara si fa sentire, nella mia specialità si ragiona in questi termini: fino al quarantesimo chilometro arrivano tutti, la gara vera e propria si fa dal quarantesimo al cinquantesimo. Io ho sentito questo vantaggio, anche muscolare, perché uno dei movimenti della marcia è il pendolo che si forma fra il movimento delle braccia e delle gambe, se la forza te lo permette, si possono usare le braccia per facilitare il movimento delle gambe accompagnando l’oscillazione. Le braccia spingendo o muovendosi velocemente in sincronismo con le gambe ti portano a mantenere la velocità. Se le braccia sono stanche questo aumento della frequenza non lo puoi ottenere. Con questi allenamenti in palestra mi sono accorto, rispetto a quando non li facevo, che in questi ultimi dieci chilometri avevo una capacità di movimento delle braccia più alta dei miei avversari e quindi questo mi permetteva di mantenere una frequenza di passo in sincronia con le braccia e quindi veloce, questo fattore ha determinato quindi piazzamenti migliori e vittorie. 

Di che anni stiamo parlando? 

Gli anni in assoluto migliori per me sono stati dall’80 all’85. In questo periodo ero fra i primi tre atleti in Italia, ho anche fatto un record italiano in quegli anni sulla 50 km in pista, nell’83, nei campionati del mondo di marcia a squadre a Bergen in Norvegia, abbiamo vinto la medaglia d’argento. Mi posso fregiare del fatto che sono vice campione del mondo.  

Questo lavoro con sovraccarichi era un ambito di poco confort per chi viene dall’allenamento della marcia?

Devo fare una piccola premessa, nella marcia non sei un decatleta né un lanciatore di peso né un pesista e ti ritrovi in palestra a fare carichi di lavoro ed esci dalla confort zone. Soprattutto in riferimento agli altri atleti di leggera che sostengono che tu magari stia perdendo del tempo andando in palestra e saltando un allenamento di marcia per quello. Togli in effetti al tuo lavoro di marcia un certo numero di chilometri, un avversario può pensare di star facendo più chilometri di te in questo caso e sentirsi avvantaggiato. Io sono da sempre stato attento all’innovazione, tant’è che lavoro nel settore dell’innovation technology proprio per questo motivo, quindi la curiosità mi ha fatto sempre fatto scoprire cose nuove. Riguardo questo percorso, prima di arrivare all’allenamento in circuito, ho avuto dei segnali positivi che mi hanno fatto proseguire in quella direzione. Poco prima che cominciassi già per conto mio mi ero fatto costruire da mia nonna un gilet con una serie di tasche in cui entravano degli oggetti della dimensione di una penna, che correvano tutto intorno al capo d’abbigliamento. Inserendoci dei tubicini di piombo potevo farlo pesare fino a 20 chili. Con questo gilet ho cominciato ad allenarmi cercando di coniugare il gesto tecnico con un lavoro di carico. Dopo un mese di lavoro però mi sono dovuto fermare perché accusavo dei dolori alla schiena, soprattutto nella zona lombo-sacrale, perché non avevo una muscolatura adatta ad usare uno strumento come quello. Quando approcciai all’allenamento a circuito avevo il timore che anche questo allenamento potesse portarmi a fermarmi per via dei dolori. Facendolo ho invece capito che era un’altra cosa perché lavorando sulle frequenze, ad esempio nella postazione di squat dove lavoravo fino a 80 chili, non subivo gli stessi problemi fisici. Dissi al mio allenatore che però l’allenamento più duro che io avessi mai frequentato era proprio quello coi carichi a circuito. I miei allenamenti di marcia comprendevano, ad esempio, 60 volte i 400 metri in pista oppure 3 volte i 10000 metri e sono lavori molto pesanti. Ma finire un’ora e mezza di circuito era per me molto più faticoso che fare questi allenamenti di routine. Quando sentivo suonare la campanella alla fine dei circuiti per me era quasi una liberazione. La cosa che però a me piaceva molto di quell’allenamento era il fatto che fosse sempre stimolante, quello sforzo nel dare qualcosa in più senza adagiarsi lo rendeva una sorta di gara fra la tua muscolatura e il tempo. Da questo punto di vista, l’allenamento a circuito, io lo trovo a tutt’oggi uno di quegli allenamenti che personalmente applicherei a qualsiasi tipo di disciplina sportiva.  

La tecnica riguardante gli esercizi del circuito come veniva affrontata e integrata nel tuo allenamento?

Questa è una domanda molto interessante perché dobbiamo ricordarci sempre che siamo a cavallo degli anni ’80 e stiamo parlando di qualcosa che era anche considerato taboo. Gli allenamenti a circuito non erano conosciuti e non erano trattati. C’erano poche persone, fra cui gli svedesi del fondo, i russi e pochi altri che se ne occupavano. Il mio problema era capire anche come eseguire uno squat. C’erano libri e fotografie ma non c’erano i filmati in circolazione, non esisteva YouTube. Come soluzione cominciai a noleggiare le VHS dei culturisti. Noleggiavo tutte quelle possibili anche in giro per l’Italia girando nelle città Principali. C’erano gli allenamenti di Arnold Schwarzenegger e imparavo gli squat, i cruch o le trazioni da lui. Possiamo dire che sono stati i culturisti i miei istruttori di come eseguire correttamente gli esercizi durante le stazioni. 

La curiosità credo non ti sia mai mancata. 

Io sono molto curioso e vado sempre a cercare quello che non riesco a trovare. Quando ho un’idea penso che magari è venuta in mente a qualcuno come a me o magari anche meglio di come mi è venuta. Oppure qualcuno che ci si avvicina e quindi posso trovare delle soluzioni o degli aiuti. Vedendo tutte quelle videocassette sono alla fine diventato un fan dei film di Schwarzenegger ed era simpatico trovarselo in pantaloncini che insegnava gli squat e poi al cinema con il mitra e le bombe a mano nei film di azione.  

Cosa ritrovi di questo tuo tipo di allenamento nel Crossfit? 

Da questo punto di vista io invidio tantissimo i ragazzi che fanno lo sport oggi, soprattutto quelli che fanno Crossfit perché è una traduzione molto divertente e approcciabile degli allenamenti a circuito che facevo io. È stato arricchito molto nel tempo e reso più godibile. Allo stesso tempo invidio tantissimo chi si allena anche nelle altre specialità perché, potessi io essere un atleta della marcia oggi, sicuramente gli allenamenti a circuiti non li farei nella palestra di casa mia ma andrei in una palestra di Crossfit e magari insieme ad un istruttore e al mio allenatore avremo disegnato in tre quello che poteva essere un allenamento a circuito ottimizzato per l’obbiettivo della 50 km di marcia. Le attrezzature e la preparazione biomeccanica che c’è oggi hanno ridotto di molto i margini di errore anche. Inoltre facendo allenamento di Crossfit in una palestra di Crossfit avrei avuto qualcuno che mi avrebbe dato anche un occhio. Ai miei tempi quando mi allenavo il mio allenatore lavorava e veniva quando aveva tempo. Oggi poter avere un istruttore che ti segua sotto il profilo della tecnica durante l’allenamento o dell’esempio è un grande vantaggio.  

Queste cose vengono date spesso per scontate. Pochi anni fa c’erano delle difficoltà oggi poco considerate. 

Io ancora mi alleano 4 o 5 volte la settimana, impegni permettendo, e quando indosso l’attrezzatura di oggi mi rendo conto di quanto sia raffinata. E parlo anche di quella reperibile anche facilmente in commercio per l’atleta amatore. Io le mie scarpe da marcia le risuolavo. Oggi le scarpe le usi massimo per 250 chilometri e poi ne compri un altro paio. Ai tempi buttavo le scarpe quando la tomaia si apriva.  

Devo dire che nel Crossfit si cambiano scarpe anche una volta l’anno ma sicuramente per motivi diversi dall’usura. 

Va detto che dal punto di vista biomeccanico l’unica interfaccia che noi abbiamo con il terreno sono i piedi. I piedi sono uno degli elementi fondamentali del nostro organismo perché gestiscono l’equilibrio, gestiscono la forza e in un certo modo sono come un secondo cuore, dato che sono delle pompe che ripuliscono il sangue venoso dagli arti inferiori rimandandolo al cuore, lavoro che affaticherebbe troppo il cuore. Sfruttando la corretta gestione dei piedi si diventa più efficienti quindi risparmiando sull’energia da impiegare. In questo discorso la scarpa diventa fondamentale. Io sono uno dei pochi fortunati che non ha subito nessun tipo di trauma, al contrario di molti miei compagni di squadra che oggi si portano dietro acciacchi proprio legati ai piedi. Indossare le scarpe per anche 3 anni può generare anche queste problematiche. Inoltre spesso accadeva che ci si allenasse con scarpe diverse da quelle da gara per non consumarle. Questo abituava il piede ad una scarpa e poi in gara, al momento della massima prestazione, al piede sottoponevi delle novità incontemplate. I tempi sono cambiati e ben vengano le innovazioni però è sempre molto importante la presenza dell’allenatore o di chi ti segue da vicino. Lo sport è uguale per tutti ma noi non siamo uguali ad un altro. Tutti possono fare Crossfit, tutti possono fare la 50 km di marcia ma ognuno di noi dovrà avere il suo allenamento. Se vuoi raggiungere una serie di prestazioni non puoi prescindere dalla personalizzazione e specializzazione dell’allenamento e questo implica la presenza di qualcuno che ti segua. Nel momento in cui ho avuto la possibilità di poter studiare la biomeccanica del corpo umano e la fisiologia del corpo umano il mio allenatore è diventato un mio consulente, per così dire. Insieme preparavamo il mio programma di allenamento e attraverso i feedback che io restituivo dall’allenamento, lui, dalla sua esperienza, apportava delle variazioni al programma stabilito. L’obbiettivo era arrivare in forma il giorno della gara. Né la settimana prima, né la settimana dopo o rischi di andare in gara senza poterti giocare tutte le armi a disposizione per aggiudicarti la vittoria.  

Paolo, è stato un onore averti qui in trasmissione, grazie di aver portato in alto la nostra nazione nelle competizioni sportive. 

Grazie a voi, grazie a te Andrea è stata una bellissima chiacchierata. 

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